Ictus ischemico, il valore del tempo e le nuove frontiere della ricerca
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In occasione della Giornata Mondiale dell’Ictus, vogliamo richiamare l’attenzione su una delle principali emergenze neurologiche, che ogni anno coinvolge numerose persone e le loro famiglie, con conseguenze che possono incidere profondamente sulla qualità della vita.
Negli ultimi anni, i progressi della medicina hanno contribuito a migliorare le possibilità di diagnosi, trattamento e prevenzione, aprendo nuove prospettive per i pazienti. Accanto all’innovazione scientifica, resta però fondamentale promuovere una maggiore consapevolezza della malattia, dei suoi segnali e dell’importanza di un intervento tempestivo.
Per approfondire questi temi abbiamo intervistato la Dott.ssa Sara Bonato, neurologa e Responsabile della Stroke Unit del Policlinico di Milano, che ci ha accompagnato attraverso i principali progressi nella gestione dell’ictus ischemico, dalle nuove possibilità terapeutiche alle sfide della ricerca, fino alle strategie per prevenire il rischio di recidive.
Perché riconoscere rapidamente i sintomi di un ictus è così importante?
L’ictus ischemico è una patologia tempo-dipendente, questo significa che il tempo che intercorre fra l’esordio dei sintomi e l’arrivo in un ospedale in grado di somministrare tutti i trattamenti della fase acuta, è il fattore più critico per determinare la prognosi e il livello di disabilità futura del paziente. In ambito neurologico si utilizza l’espressione “il tempo è cervello”: ogni minuto che passa dall’inizio di un ictus priva il cervello di ossigeno e nutrienti, causando la morte di circa 2 milioni di neuroni al minuto. Riconoscere subito i segnali cardine (come la perdita di forza ad un arto, la deviazione della bocca da un lato o la difficoltà ad articolare le parole) e chiamare immediatamente il 112 permette di accedere tempestivamente alle terapie riperfusive, che sono somministrabili ed efficaci solo se effettuate entro finestre temporali strettissime dall’esordio dei sintomi.
Quanto sono cambiate negli ultimi anni le possibilità di diagnosi e trattamento?
Le strategie di gestione dell’ictus ischemico acuto negli ultimi anni hanno registrato un’evoluzione straordinaria:
Grazie al supporto del neuroimaging avanzato (come la TC perfusionale o la Risonanza Magnetica), i medici possono individuare la “penombra ischemica” — ovvero il tessuto cerebrale sofferente ma ancora salvabile. Questo ha reso possibile applicare i trattamenti di riperfusione anche oltre le classiche 4,5 o 6 ore dall’esordio dei sintomi fino a 24 ore in pazienti selezionati.
Inoltre da circa un anno, l’introduzione e la diffusione di farmaci come il Tenecteplase (accanto al classico Alteplase) hanno reso la trombolisi endovenosa più rapida ed efficace, in particolare per le occlusioni delle grandi arterie. Le tecniche endovascolari per rimuovere meccanicamente il coagulo tramite cateteri sono diventate lo standard di cura per le occlusioni dei grandi vasi, migliorando drasticamente le percentuali di recupero rispetto alla sola terapia medica.
Su quali fronti si sta concentrando oggi la ricerca per migliorare la conoscenza e la gestione dell’ictus?
L’ictus criptogenetico è un ictus cerebrale la cui causa precisa rimane sconosciuta nonostante siano stati effettuati esami approfonditi e completi. In circa il 25%-30% dei casi la causa dell’ictus ischemico rimane non chiara, tale situazione è particolarmente frequente nei pazienti giovani. L’ictus giovanile colpisce persone tra i 18 e i 50 anni e rappresenta circa il 10-15% di tutti i casi di ictus. A differenza di quello che accade negli anziani, nei giovani ha spesso cause specifiche e non legate all’invecchiamento dei vasi.
Inoltre evitare un secondo ictus è una priorità assoluta, dato che le recidive tendono a essere più gravi. Le più recenti strategie per la prevenzione secondaria dell’ictus ischemico si concentrano su innovazioni farmacologiche sempre più ritagliate sulle caratteristiche di ciascun paziente e riguardano in particolare l’inibizione selettiva della coagulazione il controllo più aggressivo dei fattori di rischio come la dislipidemia e l’ipertensione.
Vengono inoltre impiegati algoritmi di intelligenza artificiale per creare modelli predittivi avanzati. Questo consente di personalizzare non solo il percorso riabilitativo, ma anche di calcolare con maggiore precisione il rischio individuale di recidiva ischemica e ottimizzare i farmaci di prevenzione secondaria.