Dalla ricerca alla cura: nuove prospettive terapeutiche nella DMD
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Ogni anno, il 7 settembre, la comunità internazionale celebra la Giornata Mondiale della Distrofia Muscolare di Duchenne. Quest’anno l’Associazione “Centro Dino Ferrari” ETS ha scelto di viverla nell’Aula 1 del Padiglione Monteggia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, con un incontro aperto anche online dal titolo “Dalla ricerca alla cura: nuove prospettive terapeutiche nella DMD“. Clinici, ricercatori, pazienti e famiglie si sono ritrovati per fare il punto su una domanda che non è più teorica: quanto siamo vicini a terapie capaci di cambiare il corso della malattia.
Il saluto istituzionale dell’Architetto Marco Giachetti, Presidente della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, ha aperto l’incontro sottolineando il valore profondo di giornate come questa. Il Presidente ha evidenziato come, pur trattandosi di una malattia rara la DMD, negli anni siano stati compiuti enormi progressi grazie alla costante e tenace ricerca scientifica portata avanti anche dai medici e ricercatori del Policlinico al “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli Studi di Milano. Il Presidente ha inoltre ricordato che i lavori per il Nuovo Policlinico stanno giungendo a conclusione: a breve i pazienti potranno essere accolti in una struttura moderna e all’avanguardia. In questo contesto di rinnovamento, anche la ricerca del “Centro Dino Ferrari” troverà presto nuovi spazi, attualmente in fase di studio per creare un polo scientifico di riferimento e tecnologicamente avanzato.
La mattinata è proseguita con l’intervento della Prof.ssa Stefania Corti, Direttore della SSD Neurologia Malattie Neuromuscolari e Rare – Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico – “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli Studi di Milano – Policlinico di Milano, che ha ripercorso il filo che lega la biologia della malattia alle terapie. L’assenza della distrofina rende la fibra muscolare fragile a ogni contrazione e innesca una cascata di degenerazione, infiammazione e progressiva sostituzione del muscolo con tessuto fibroso e adiposo. È proprio la conoscenza di questi passaggi ad aver aperto la strada alle strategie di oggi: terapie che intervengono sul gene o sul suo RNA, approcci che proteggono il muscolo dai danni secondari, modelli cellulari derivati dai pazienti per sperimentare i farmaci e biomarcatori capaci di misurare precocemente l’efficacia dei trattamenti. Il messaggio è chiaro: ogni terapia nasce da un meccanismo compreso, e più a fondo conosciamo la biologia della Duchenne, più bersagli abbiamo per intervenire.
Su questa base si è innestato l’intervento del Prof. Giacomo Comi, Direttore della SC Neurologia – Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico – nonché Coordinatore Scientifico del “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli Studi di Milano – Ospedale Policlinico, dedicato alle terapie molecolari innovative nelle distrofie muscolari. Il cambio di paradigma è netto: dal trattamento delle conseguenze alla correzione della causa. L’exon skipping con oligonucleotidi antisenso permette di “saltare” l’esone mutato e di ripristinare una distrofina più corta ma funzionale; la terapia genica affida a vettori virali il compito di veicolare una micro-distrofina nel muscolo; l’editing genomico e dell’RNA promette di correggere l’errore direttamente alla sorgente. Di ciascun approccio sono stati discussi con franchezza i risultati raggiunti e i limiti ancora aperti, dalla durata dell’effetto alla quota di pazienti candidabili in base alla mutazione, fino alla sicurezza, senza dimenticare le ricadute per le altre distrofie muscolari, comprese quelle dei cingoli. Correggere il difetto alla base della malattia non è più un’ipotesi di laboratorio: è una strada percorribile, che va resa più sicura, più duratura e accessibile a più pazienti.
La Dott.ssa Francesca Magri, neurologa della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico – “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli Studi di Milano – Policlinico di Milano, ha riportato l’attenzione su ciò che è già nella pratica clinica. I corticosteroidi restano il caposaldo del trattamento, con effetti documentati sulla forza e sulla funzione motoria e con molecole di nuova generazione pensate per contenere gli effetti collaterali. A questi si affianca oggi givinostat, un inibitore dell’istone deacetilasi che agisce indipendentemente dalla mutazione, riducendo infiammazione e fibrosi e sostenendo la rigenerazione del muscolo. Criteri di accesso, monitoraggio nel tempo e presa in carico multidisciplinare (cardiologica, respiratoria, ortopedica, nutrizionale) sono stati presentati come parti inseparabili di un unico percorso. Le terapie disponibili oggi non guariscono la Duchenne, ma ne cambiano la traiettoria: usarle bene, per tempo e dentro un percorso di cura completo fa la differenza.
Il Prof. Yvan Torrente, neurologo Responsabile SS terapie cellulari e geniche presso la Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico e Responsabile del Laboratorio Terapie Avanzate Neuromuscolari del “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli Studi di Milano – Policlinico di Milano, ha infine affrontato un tema spesso lasciato sullo sfondo: il ruolo del sistema immunitario, che nella Duchenne è al tempo stesso parte del problema e parte della soluzione. Da un lato l’infiammazione cronica alimenta il danno muscolare e la fibrosi; dall’altro la risposta immunitaria condiziona efficacia e sicurezza delle terapie avanzate, dai vettori virali alla distrofina neo-espressa, fino alle terapie cellulari. Modulare l’immunità è dunque una leva terapeutica autonoma e, insieme, una condizione necessaria perché le nuove terapie funzionino. Non possiamo curare il muscolo senza dialogare con il sistema immunitario: governarlo è la chiave per far funzionare le terapie di nuova generazione.
La tavola rotonda conclusiva, “La Duchenne del futuro: ricerca, innovazione e nuove possibilità di cura”, ha trasformato le relazioni in un confronto aperto con la sala. Sono emersi i nodi dei prossimi anni: come accelerare il passaggio dalla ricerca alla clinica, il valore delle sperimentazioni e dei registri di pazienti, la necessità di rendere le terapie innovative accessibili e sostenibili, la centralità di pazienti e famiglie nelle decisioni di cura.
Questa importante giornata si colloca in un anno speciale, in cui il “Centro Dino Ferrari” celebra i suoi 45 anni di attività. Fondato nel 1981 e fortemente voluto dal Prof. Guglielmo Scarlato e dall’Ing. Enzo Ferrari in memoria del figlio Dino — scomparso a soli 23 anni proprio a causa di una distrofia muscolare —, il Centro nasce dalla visione di due menti brillanti e lungimiranti che hanno creduto nella ricerca scientifica come chiave fondamentale per costruire un futuro migliore. Un’idea che ha attraversato l’intera mattinata e che guida ancora oggi la nostra missione, ha ricordato il Prof. Comi: “la Duchenne del futuro si costruisce ogni giorno, con ricerca rigorosa, cure tempestive e una comunità che lavora unita”.