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Distrofie Muscolari: eziologia e patogenesi
L'identificazione del gene responsabile delle Distrofie Muscolari di
Duchenne e Becker (Koenig et al. 1987) ha consentito l’avvio
di una serie di studi sull’eziologia molecolare, la patogenesi,
la caratterizzazione clinico-diagnostica e prognostica e i tentativi
di terapia genica e cellulo-mediata di tali patologie.
Il Centro Dino
Ferrari ha contribuito nel corso degli ultimi 15 anni a tale sforzo
di caratterizzazione contribuendo a delineare
le
correlazioni genotipo-fenotipo nell’ambito delle distrofinopatie
e a studiare i correlati clinici dell’espressione tessuto-specifica
a livello del sistema nervoso centrale e periferico.
In anni recenti è stato ripreso in modo sistematico lo studio
del gene della distrofina contribuendo a definirne i parametri di
splicing, il pattern delle isoforme muscolo-specifiche in condizioni
fisiologiche e patologiche, la conservazione interspecie, e la possibile
eziologia molecolare dell’evento mutazionale piu’ comune,
costituto dalla delezione nelle regioni hot-spot.
Questo approccio è stato inoltre esteso allo studio delle
Distrofie Muscolari dei Cingoli (Limb Girdle Muscular Dystrophies,
LGMD), malattie geneticamente eterogenee, caratterizzate clinicamente
da debolezza muscolare di severità variabile che interessa
in modo predominante i muscoli prossimali, da livelli elevati di
CK e da variazioni distrofiche sulla biopsia muscolare.
Sulla base
del tipo di ereditarietà, LGMD sono state divise
in autosomiche dominanti (LGMD1, A-E) e in autosomiche recessive
(LGMD2, A-I). In tutte le forme autosomiche recessive mappate sono
stati identificati geni-malattia, in quanto oltre alle forme da deficit
di calpaina 3 (2A), disferlina (2B) e sarcoglicani (C-F) sono stati
identificati i geni delle forme piu' rare (2G: telethonina, 2H: TRIM32;
2I: Fukutin-related protein).L’indagine delle correlazioni
molecolari in queste patologie indica una discreta eterogeneità dei
meccanimsi molecolari e delle strutture subcellulari del muscolo
striato coinvolte in tali disordini. Encefalopatie mitocondriali
Negli ultimi due decenni, un numero sempre maggiore di
malattie neurologiche è stato attribuito a disfunzioni della
catena respiratoria mitocondriale. I mitocondri sono gli organelli
intracellulari
che generano ATP e contengono un proprio genoma (mtDNA), ereditato
in via matrilineare. La generazione di ATP tramite la fosforilazione
ossidativa utilizza cinque complessi enzimatici, le cui subunità sono
codificate sia dal DNA nucleare (nDNA) che dal mtDNA. Questo doppio
controllo genetico spiega le possibile eredità mendeliana
o matrilineare dei disordini mitocondriali. Un dato caratteristico
delle patologie da DNA mitocondriale è costituito dalla
contemporanea presenza nello stesso tessuto di molecole normali
e molecole mutate (eteroplasmia). L'espressione fenotipica di una
mutazione dipende dalla quantità di mtDNA mutato e dalla
soglia tissutale. I tessuti ad alta richiesta energetica, muscolo
scheletrico, miocardio e sistema nervoso, risentono maggiormente
di disfunzioni mitocondriali, che possono tuttavia virtualmente
interessare ogni tessuto.
La diagnosi su basi cliniche e di laboratorio di malattia mitocondriale
richiede una definitiva conferma dalla dimostrazione di un difetto
molecolare specifico, che consente di valutare le modalità di
trasmissione e di fornire una consulenza genetica. Un numero molto
elevato di mutazioni del mtDNA (delezioni singole e multiple, oltre
70 mutazioni di tRNA e geni strutturali) sono state associate con
quadri clinici specifici. Il ruolo dei geni nucleari nella eziopatogenesi
delle mitocondriopatie è ancora in fase di definizione e
comprende geni responsabili di aspetti diversi della biogenesi
mitocondriale. Sono responsabili di forme a letalità precoce
neonanatale infantile geni il cui prodotto proteico svolge un ruolo
regolatorio nella sintesi e/o assemblaggio dei complessi della
catena respiratoria mitocondriale (ad esempio, SCO1, SCO2, COX10,
SURF), mentre una serie di oftalmoplegie estrinseche progressive
ad eredità mendeliana dell’adulta sono causate da
geni implicati nel metabolismo e/o nella stabilità del DNA
mitocondriale (ANT1, C10orf2, POLG1) Infine una discreta proporzione
di pazienti non rientra in categorie genetiche note.
Miopatie metaboliche
Questa area della patologia muscolare costituisce un terreno di indagine
clinico-biochimica e poi molecolare dall’esordio del laboratorio
di biochimica, con caratterizzazione dei difetti della via glicogeno
e glicolitica (deficit dell’enzima deramificante, di maltasi
acida, di miofosforilasi di fosfogliceratomutasi, di b-enolasi) e
lipolitica (deficit della b-ossidazione mitocondriale, di carinitina
e dell’enzima carnitina palmitoiltranferasi.
Recenti sono le caratterizzazioni molecolari del deficit di enzima
deramificante e l’identificazione della Glicogenosi di tipo
XIII, o deficit dell’enzima b-enolasi muscolare.
Il deficit
dell’enzima amilo-1,6-glucosidasi, 4-a-glucantransferasi
(AGL o enzima deramificante il glicogeno) è responsabile della
Glicogenosi di tipo III (GSD III), una rara alterazione, autosomica
recessiva, del metabolismo del glicogeno. Il gene AGL è localizzato
sul cromosoma 1p21 ed è costituito da 35 esoni tradotti in
una proteina monomerica. La malattia si presenta eterogenea dal punto
di vista clinico e biochimico, il che riflette l’eterogeneità genotipo-fenotipo
rilevata tra soggetti diversi; nella forma IIIa, glicogeno anomalo
si accumula sia nel fegato che nel muscolo, mentre nella forma IIIb è interessato
solo il fegato. Le manifestazioni cliniche della GSD III sono rappresentate
da epatomegalia, ipoglicemia, iperlipidemia, bassa statura e, in
numerosi casi, cardiomiopatia e miopatia. I nostri studi hanno riscontrato
una eterogeneità genotipo-fenotipo della GSD III.
Il nuovo
difetto enzimatico della glicolisi distale riguardante l'enolasi
muscolo-specifica è stato identificato in un un
paziente di 46 anni affetto da intolleranza all'esercizio, mialgie
e iperCKemia episodica. Il lavoro ischemico dell'avambraccio aveva
dimostrato una assenza di incremento del lattato serico. L'analisi
ultrastrutturale del muscolo ha dimostrato un accumulo focale sarcoplasmatico
di particelle di glicogeno. All'analisi biochimica era presente un
deficit isolato di enolasi, con una attività residua pari
al 5%. La proteina ß-enolasi era ridotta nel muscolo sia con
metodica immunoistochimica che tramite immunoblot, mentre l'a-enolasi
era normalmente espressa nello stesso tessuto. L'analisi molecolare
del gene ENO3 del paziente ha dimostrato la presenza di due mutazioni
missense eterozigoti a carico di residui aminoacidici altamente conservati,
una transizione G467A che modifica il residuo aminoacidico Gly alla
posizione 156 in Asp, e una transizione G1121A che modifica una Gly
in Glut alla posizione 374. La madre era eterozigote per la mutazione
G467A ed una sorella era eterozigote per la mutazione G1121A. L'enzima
enolasi catalizza lo step di interconversione dell'acido 2-fosfoglicerico
e dell'acido fosfoenolpiruvico, uno degli ultimi steps della via
glicolitica. Il deficit di ß-enolasi si aggiunge percio' al
capitolo della diagnosi differenziale delle miopatie metaboliche.
Ageing e patologie neurodegenerative
L'identificazione di un nuovo rilevante meccanismo mutazionale a
carico della regione di controllo della replicazione del DNA mitocondriale
alla base dell'invecchiamento cellulare potrebbe risultare fondamentale
per la comprensione dell'interazione tra l'ageing e le patologie
neurodegenerative nelle quali l'invecchiamento è riconosciuto
come un importante fattore di rischio (Michikawa et al 1999). La
regione del DLP (D-loop and adjacent transcription promoters) accumula
con l'ageing specifiche mutazioni puntiformi, in particolare nella
regione DLP6. Tale accumulo correla in muscoli di soggetti ultranovantenni
con la presenza di fibre negative alla colorazione istochimica per
l’enzima citocromo c ossidasi (Del Bo et al., 2003).
I fattori
precedentemente descritti possono giocare un ruolo anche nella patogenesi
del decadimento simil-Alzheimer che si osserva dopo
i trent'anni nei soggetti affetti da Sindrome di Down (Del Bo et
al. 2001). Uno ruolo diretto di alterazioni mitocondriali in patologie
neurodegenerative è stato anche suggerito dal riscontro di
una mnicrodelezione out-of-frame della Subunità I della COX
in un paziente con malattia del motoneurone (Comi et al, 1998).
La
sindrome di Down (DS) è la più diffusa tra le disgenesie
cromosomiche. Il fenotipo caratteristico include aspetti malformativi,
dismorfici, ritardo intellettivo ed ipotonia muscolare. I pazienti
affetti da sindrome di Down possono essere considerati un modello
potenziale per studiare lo sviluppo e le origini dei meccanismi patologici
dell'Alzheimer. In entrambe le patologie rimane da chiarire in che
modo e in quale proporzione il meccanismo patogenetico delle alterazioni
mitocondriali possa interagire con altri elementi che caratterizzano
queste patologie multifattoriali. Infatti soggetti affetti da trisomia
21 in presenza dell'aplotipo e4 del gene codificante l'apolipoproteina
E presentano una maggiore rapidità di declino intellettivo,
in un follow-up di oltre 10 anni, rispetto a soggetti aventi un diverso
aplotipo. Inoltre l’allele Metionina 129 della proteina prionica
ha un effetto additivo sulla velocità di declino cognitivo
(Del Bo et al. 2003).
Terapia Genica Cellulomediata
Il trapianto di cellule staminali rappresenta una potenziale strategia
terapeutica per le malattie neurodegenerative e le distrofie muscolari.
Le cellule staminali somatiche dell’adulto sono presenti in
diversi tessuti e sono responsabili della rigenerazione del tessuto
in cui risiedono. Recenti osservazioni hanno fatto ipotizzare che
alcune sottopopolazioni di cellule staminali possano "transdifferenziare" in
tessuti differenti da quelli di origine. I meccanismi alla base di
questo fenomeno così come l’esatta identificazione delle
popolazioni cellulari coinvolte non sono ancora chiariti. Questo
processo inoltre è controverso in quanto l’acquisizione
di un nuovo fenotipo cellulare potrebbe essere dovuta ad una fusione
cellulare.
- Studio della transdifferenziazione di cellule staminali
ematopoietiche in senso miogenico nella prospettiva di una possibile
terapia genica
delle distrofie muscolari
Nel nostro laboratorio abbiamo valutato
il potenziale miogenico di cellule ematopoietiche del midollo osseo
murino derivato da topi
controllo, analizzando sia l’espressione di markers miogenici
che l’acquisizione di un fenotipo muscolare scheletrico con
la formazione di miotubi. Abbiamo osservato che, cellule esprimenti
geni specifici per il muscolo striato sono presenti nel midollo osseo
appena isolato e dopo coltura. E’ stata dimostrato la presenza
sia di markers di programmi miogenici precoci, come Pax3, Myf5, MyoD
e desmina, che di quelli miogenici tardivi, quali MyHC e a-SR-actina.
Tali proteine sono state evidenziate mediante analisi immunocitochimica,
Western blot e RT-PCR. Per determinare il potenziale di formazione
di cloni di cellule miogeniche, le cellule sono state fatte crescere
a bassa densità, isolate, e successivamente espanse. Tutti
i cloni miogenici (positivi per desmina e a-SR-actina) hanno dimostrato
la capacità di formare in terreno differenziativo miotubi
multinucleati con alta efficienza.
Per valutare il potenziale miogenico
di rigenerazione tissutale delle cellule midollari, Midollo Osseo
(MO) in toto e cellule miogeniche
derivate da MO di topi maschi sono state trapiantate per via endovenosa
in topi mdx femmine. Dodici settimane dopo il trapianto i muscoli
tibiali anteriori sono stati analizzati per la determinazione dell’espressione
di distrofina attraverso immunocitochimica e analisi FISH usando
una sequenza cromosoma-Y-specifica per riconoscere le cellule maschili
derivanti dal donatore. Una percentuale tra 0,5-2% di fibre distrofino-positive
derivate dal MO del donatore sono state rilevate.
- Differenziazione
neuroectodermica e microgliale di cellule staminali di derivazione
ematopoietica
Nel nostro studio laboratorio abbiamo valutato l’incorporazione
di cellule midollari emopoietiche in diverse aree del SNC murino
(cervello, midolli spinale, gangli sensitivi), dopo trapianto sistemico
mediante iniezione endovenosa. Inoltre è stato valutato se
l’espansione e la mobilizzazione delle cellule staminali circolanti
midollari, mediante trattamento con citochine (G-CSF e SCF) producano
un significativo incremento della quota di cellule neuronali di derivazione
midollare a livello del parenchima cerebrale murino. Il disegno sperimentale
si è basato sul trapianto intravascolare in topi di controllo
adulti e neonati pre-irradiati letalmente, di midollo osseo derivato
da topi maschi transgenici, esprimenti ubiquitariamente la proteina
fluorescente verde (GFP) quale marker genetico di identificazione.
Gli animali sono stati sacrificati a 3 mesi dal trapianto. La ricostituzione
midollare è stata in media del 70%. Cellule GFP+ e Y+ sono
risultate presenti in diverse aree del SNC di tutti i topi trattati
(aree corticali e subcorticali, cervelletto, bulbi olfattivi). La
maggior parte delle cellule GFP+ è stata riscontrata a livello
dei vasi, nelle regioni pervasali e a livello leptomeningeo. Per
valutare se le cellule GFP+ avessero acquisito un fenotipi neuroectodermico,
abbiamo dimostrato la coespressione di markers neuronali e astrocitari
mediante analisi immunocitochimica seguita da un’analisi al
microscopio confocale. E’ stata inoltre osservata la presenza
di cellule GFP+ esprimenti antigeni neuronali (NeuN, NF, TUJ1, MAP)
sia a livello cerebrale che nel midollo spinale che nei gangli. Le
piccole dimensioni di queste cellule e la mancanza di un’estesa
arborizzazione dendritica fanno supporre che tali cellule presentino
un fenotipo neuronale immaturo. Questi dati supportano l’ipotesi
di un contributo delle cellule staminali emopoietiche alla neuroneogenesi
del SNC.
Cellule GFP esprimenti markers astrocitari (GFAP) sono state
osservate a livello cerebrale e nel midollo spinale, ma non a livello
dei gangli
sensitivi. E’ stata inoltre osservata la formazione di cellule
microgliali derivanti dal midollo osseo esprimenti una doppia positività per
la GFP e per marker microgliali (F4/80 e Mac1). Circa il 20% di tutte
le cellule GFP+ è rappresentato da cellule microgliali. Questa
osservazione suggerisce che il compartimento microgliale del SNC
e dei gangli sensitivi va incontro ad un turnover relativamente rapido
e consistente con il contributo di cellule midollari. A livello cerebrale
il numero di cellule GFP+ esprimenti antigeni neuronali (NeuN, NF,
TuJ1) nel proencefalo corticale e nei bulbi olfattivi (OB) è risultato
maggiore nei topi trattati con G-CSF/SCF (p<0.05, analisi di varianza,
Fisher post hoc) rispetto ai controlli. Inoltre il numero di cellule
GFP+ co-esprimenti marcatori neuronali è risultato più elevato
negli animali trattati alla nascita che negli adulti, ed in particolare
a livello dei bulbi olfattivi rispetto alle aree proencefaliche (p<0.05).
I nostri risultati indicano che la somministrazione di G-CSF e SCF
modula la disponibilità di cellule GFP+ nel cervello e incrementa
la loro capacità di acquisire caratteristiche neuronali. Pertanto
la stimolazione citochino-mediata di cellule staminali midollari
autologhe costituisce una nuova ipotesi di indagine sperimentale
e una possibile futura strategia terapeutica.
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